Tra i paesi sviluppati l’Italia è quello a più alta sfiducia verso le proprie istituzioni e la propria vita politica. Il gruppo di sociologi che ruotano attorno all’Università di Ancona è partito da questo dato generale per svolgere una indagine a tutto campo su quelli che contano in Italia. Ne scaturisce il ritratto di un’élite carente nella guida del paese, maschile, centronordista, invecchiata e con vistosi problemi di ricambio, forte nell’autolegittimarsi ma debole in competenze… una classe dirigente senza capacità di guida e che ha perfino abbandonato “l’egoismo illuminato” che era proprio della visione liberale del potere.
Una miopia morale e uno scarso senso della legalità e della responsabilità avrebbero finito per produrre anche nella società un diffuso individualismo amorale che sembra lasciare poco spazio al cambiamento.
Il libro analizzando le diverse élite (politiche, culturali, economiche, medianiche) perviene alla individuazione di una classe dirigente mediocre e nel complesso inadeguata a gestire le sfide del mercato e della democrazia. Tra i risultati sostanzialmente negativi di questa analisi spicca il ruolo del ceto politico.
Nella cultura sociale – afferma Carboni - si è diffusa la sensazione che la politica, ai diversi livelli istituzionali, si sia trasformata in un meccanismo per la distribuzione degli sprechi e dei privilegi del potere istituzionale (p. 73). Si è formato così un “vuoto d’aria” che separa la politica dai cittadini.
Il ceto politico resta élite, ma è sempre meno classe dirigente (“si è di fronte a una classe dirigente quando l’élite manifesta non solo capacità di gestione e di consenso dello status quo, ma anche visione del cambiamento e del futuro”, p. 139). Invece qui prevalgono gli elementi di staticità e di conservazione, la stessa riproduzione della classe politica non avviene per selezione ma per cooptazione (le volpi che vanno a dar man forte ai leoni).
Dopo il tramonto dei partiti di massa, che educavano alla democrazia i propri militanti, li formavano e selezionavano la classe dirigente, le élite politiche costituiscono sempre più una nomenclatura pronta a mortificare il bene comune a favore di centri di potere articolati per interessi: una rete panpolitica di interessi, come la definiscono gli autori. Uno dei motivi di questo degrado viene individuato nella eccessiva professionalizzazione della politica, peraltro avvenuta in concomitanza, appunto, con il tramonto delle tradizionali palestre formative (partiti, associazioni cattoliche, sindacati, pubblica amministrazione, università…). In un tale quadro la classe politica assume come obiettivo prioritario (anche se non dichiarato) di durare più che decidere.
La perdita del contatto con la gente non è più una semplice percezione, ma purtroppo, ormai, un dato di fatto inconfutabile. Il risultato è che il nostro Paese non ha una vera classe dirigente, sostituita dalla prevalenza di centri di potere e aree di interesse in relazione tra loro: élite autoreferenziali che vigilano sullo status quo (p. 140).
Tutto perduto dunque? Non è detto. Gli autori del libro e Carboni in particolare si chiedono se è possibile un rilancio del nostro civismo, se c’è una vera volontà di cambiare e come potremmo far risorgere un’etica della responsabilità sociale, tutti ingredienti essenziali della democrazia. Per questo occorrerebbe una fertilizzazione costante del tessuto civico e per indurre il superamento dell’autoreferenzialità della classe politica, con la cultura sociale e quella economica chiamate a dare il loro contributo per un rinnovamento del sistema politico.
In fondo il libro accarezza, senza creare troppe illusioni, il sogno di una riforma della politica. È anche il nostro sogno.
Élite e classi dirigenti in Italia, a cura di Carlo Carboni, Laterza 2007, 170 pp., 10 €.